| Indietro all’Indice |
Una partita di pallone Fabio ha più di venticinque anni e ama qualsiasi sport, ma il calcio in particolare è sempre stato la sua grande passione. Spesso si ritrova con gli amici a disputare qualche partita, inseguendo la diletta sfera di cuoio. Quella passione è quasi una fissazione, ma se non soffre di alcun disturbo o malanno, lo deve proprio a quella mania insanabile che lo perseguita da sempre. Giovanissimo, disputava delle partite con amici e compagni, le organizzava pronto a giocare in qualsiasi ruolo, o come attaccante o come difensore oppure come portiere. I ricordi e i momenti legati a quelle occasioni sportive sono innumerevoli! Ha vinto delle coppe e ha disputato tanti tornei. In ogni occasione si è impegnato e battuto come se ne andasse del suo onore, ma alla fine il divertimento è sempre stato assicurato. Ha conosciuto tantissimi ragazzi giocando a calcio, è divenuto amico di qualche persona importante; gli telefonano in continuazione per invitarlo a giocare ora in questa, ora in quell’altra partita. Talora i suoi genitori si lamentano che, per colpa del calcio, studia e frequenta meno l’università, ma in fin dei conti si accorgono che se è cresciuto sano, robusto e leale è stato proprio grazie a quello sport. Oggi è domenica e Fabio si sta recando allo stadio per assistere alla partita di calcio della squadra del cuore. Mentre si prepara dunque, si lascia andare ai ricordi. Ripensa a quell’incredibile partita in cui aveva profuso il suo totale impegno. Si era trattato di disputare la finale di un torneo studentesco e lui aveva ricoperto il ruolo di ala destra. Avevano giocato di sera con il campo illuminato dai riflettori e alla presenza di una discreta folla di spettatori. Erano state ore indimenticabili e tutto il contesto aveva contribuito a renderle tali. Infatti, prima della partita, la città era circondata da un incanto impalpabile, il cielo era soffuso di una luce iridescente e l’aria autunnale era tiepida e piena di profumi. Poche nubi rarefatte si muovevano in alto e non c’era alcun pericolo di pioggia. Si annunciava un incontro memorabile e le due squadre finaliste erano la sua e quella di un altro liceo. I giocatori delle due squadre erano tutti molto galvanizzati e si guardavano in cagnesco. Di certo però, lo spirito sportivo e di leale antagonismo impregnava i loro animi! Il calcio d’inizio era stato giocato dalla sua squadra e dopo la prima mezz’ora, erano già in vantaggio di un goal. In seguito, lui stesso aveva segnato, scatenando un boato d’entusiasmo tremendo. Aveva dribblato due giocatori ed era filato dritto nell’area avversaria sferrando una cannonata che era finita in porta. Abbracciato e festeggiato dai compagni, si era sentito pieno d’orgoglio. Nel secondo tempo purtroppo, la sfortuna si era accanita contro di lui e in vari momenti di quella partita aveva fatto la figura del citrullo. All’ottavo minuto della ripresa, un avversario l’aveva colto in contropiede riuscendo a levargli la palla. L’aveva inseguito, ma quello correva più di lui. Gli altri suoi compagni non erano riusciti a fermarlo. L’aveva tallonato sino alla propria porta e, quando quello aveva tirato, con un balzo si era frapposto tra lui e il proprio portiere cercando di bloccare il pallone. Il risultato era stato disastroso: il portiere non aveva visto più nulla e aveva allargato le braccia. Il pallone era passato tranquillamente ed era finito dentro. Qualcuno tra il pubblico aveva fischiato e l’aveva schernito. Sul due a uno, aveva ripreso a giocare con più accanimento senza lasciarsi scoraggiare da quell’errore, ma gli avversari erano ringalluzziti e contrattaccavano in continuazione. Vedeva i propri compagni esausti, affannarsi da tutte le parti per arginare le loro offensive. Una palla era stata lanciata con un calcio rocambolesco ed era finita vicinissima alla sua porta. Era corso per bloccarla, ma era rimbalzata su di lui e non aveva potuto evitare l’autogol. I brusii di biasimo l’avevano umiliato, gli spettatori avevano fischiato e volevano che uscisse dal campo. Comunque stavano pareggiando e voleva riscattare la sua dignità di provetto e appassionato giocatore. Dunque s’era impegnato per segnare un altro punto. Riusciva a trovarsi sempre nell’area avversaria, tanto che un difensore aveva commesso un fallo su di lui e l’arbitro gli aveva assegnato il calcio di rigore. Era l’occasione buona per passare ancora in vantaggio. Il cuore gli batteva a martello. Non riusciva a frenare l’agitazione e avvertiva dei brividi lungo la schiena. Aveva disposto il pallone dinanzi al portiere come se stesse firmando una dichiarazione di guerra e l’aveva guardato fisso negli occhi. Nell’arco di un minuto gli erano tornati in mente dei momenti analoghi vissuti quando aveva otto anni e stava disputando la partita finale del torneo della sua scuola elementare. Anche allora era stato molto emozionato tirando un calcio di rigore che aveva sbagliato vergognosamente. Adesso aveva molti anni di più e non poteva, non doveva sbagliare! Preparandosi a tirare, aveva compiuto parecchi passi indietro e si era scaraventato sulla palla tirando una raffica di destro. Il portiere aveva fatto un tuffo ad angelo e aveva parato. Fabio aveva creduto di morire! Lo sconforto e la delusione erano stati enormi. I compagni lo guardavano con deplorazione, il pubblico fischiava e lo prendeva in giro. Qualcuno rideva e faceva pernacchie. Lo scoraggiamento della sua squadra era palpabile, erano stanchi e mancavano pochi minuti alla fine dell’incontro. Gli avversari premevano verso la loro porta e tutti i compagni si trovavano nella propria area per bloccarne l’attacco. A un certo punto, era stato distratto da uno strano fenomeno: aveva visto fuoriuscire dai calzoncini di un avversario un pezzo di carta igienica sporco di cacca. Aveva pensato che quel ragazzo fosse scemo e poco attento all’igiene. Meravigliato, si chiedeva ancora se avesse visto bene, quando il pallone era arrivato verso di lui. Aveva perso dei secondi preziosi ed era rimasto fermo, poi si era esibito in una elevazione cercando di bloccarlo. Non c’era riuscito. La sfera di cuoio aveva sfiorato il suo capo e il goal era stato inevitabile. Il peggio era stato che, nel ricadere violentemente a terra, si era storto un piede e aveva provato un dolore terribile al tallone. L’avevano portato fuori dal campo. Due minuti dopo, l’arbitro aveva fischiato la fine delle ostilità e avevano perso per tre a due. Non riusciva più a muovere il piede e la caviglia era gonfiata notevolmente. Ma non se ne curava, il pensiero era rivolto solo alla sconfitta, imputabile alla sua dabbenaggine e alla sua imperizia. I compagni avevano cercato di minimizzare, ma l’avevano trattato con sussiego e la mortificazione era stata indimenticabile! All’ospedale gli avevano diagnosticato la frattura della caviglia e l’avevano ingessato con una prognosi di tre mesi. Per un intero anno non aveva più potuto giocare e l’avevano depennato dalla formazione della squadra studentesca. Fabio non dimenticherà mai più quella partita e prova molta amarezza nel ricordarla. Fortuna che l’amore per il calcio non l’ha mai abbandonato e ha potuto continuare a giocare con gli amici per puro divertimento e per spirito sportivo. Nella società odierna, il mondo del calcio lo delude e lo sconcerta, e lui non crede più nell’onestà, nella lealtà e nella giustizia del calcio. |
| Indietro all’Indice |